24 Feb

Autisti in affitto, sette Paesi denunciano lo sfruttamento. L’Italia fa finta di niente

Basta alla somministrazione di lavoratori mobili, o, se si vuol esprimere lo stesso concetto con altri termini più comprensibili, stop all’affitto di lavoratori e allo sfruttamento di uomini. È questa la richiesta, fortissima, che Conftrasporto ha deciso di presentare al Governo in un momento nel quale a livello comunitario si sta riaprendo la discussione sulla modifica delle normative che consentono la possibilità di distaccare, non per le imprese che decidono di operare in altri Paesi della Comunità, bensì per le agenzie di intermediazione, del personale mobile. Un vero e proprio “esodo” che nel volgere di cinque anni ha visto più che raddoppiare l’esercito dei “distaccati” passati da 670mila a un milione e 400mila, con una forte quota di lavoratori del settore autotrasporto. Un problema talmente sentito da spingere ben sette Paesi della vecchia Europa (non l’Italia, evidentemente distratta) a porre da tempo la questione, richiedendo una revisione delle norme. Con la Gran Bretagna che ne ha fatto addirittura una delle questioni da risolvere per la propria permanenza all’interno dell’Ue. Nessuno intende intervenire sui principi del libero mercato: chi vuole aprire un’attività in un Paese membro della Comunità lo può fare attenendosi alle regole del Paese dove ha deciso di fare impresa. E può anche, in base alle normative comunitarie e di quel Paese, procedere al distacco del personale. Quello che si vuole impedire è l’esplosione di un fenomeno che sfrutta i lavoratori, determina problemi di natura sociale e falsa in modo significativo la concorrenza. Stessa retribuzione per lo stesso lavoro nello stesso posto: questo il principio che si vuol portare avanti. Frenando, prima che sia troppo tardi, Paesi come Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Estonia, Polonia Lettonia e Lituania che, non a caso, chiedono invece di mantenere le norme vigenti.

Paolo Uggé, presidente di Fai Conftrasporto e vicepresidente di Confcommercio.

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5 Commenti a “Autisti in affitto, sette Paesi denunciano lo sfruttamento. L’Italia fa finta di niente”

  1. Roberto B Scrive:

    Questo è attualmente uno dei problemi più gravi e sta rapidamente uccidendo le aziende che danno lavoro con contratti italiani a causa di colleghi che sfruttano in modo (anche) illegale questa possibilità. Ormai le ditte in regola si vedono sfuggire il lavoro verso chi, per potere abbassare i prezzi dei trasporti, schiavizza gli autisti non paga le autostrade trucca i tachigrafi ecc. ecc. So di essere noioso ma finché non si mette anche un parametro che definisca il rapporto tra gli autisti assunti in Italia e i mezzi posseduti per concedere la regolarità d’impresa, e poi consentire la detrazione del costo del trasporto solo ai committenti che hanno utilizzato ditte regolari non si va da nessuna parte.

  2. Pasquale Scrive:

    È proprio quello che Fai/Conftrasporto da tempo sta cercando di portare avanti. Il tema, lo dico per qualche smemorato, fu affrontato facendo anche proposte, nella giornata del trasporto in un convegno di qualche anno fa in Confcommercio. Purtroppo il nostro ministero non ha neppure firmato la lettera che sette altri paesi hanno inviato alle Autorità comunitarie. ora pare che qualcosa si stia muovendo.

  3. Marcello Scrive:

    Io ricordo che si era fatto un avviso comune nel precedente rinnovo del contratto ccnl con i sindacati parliamo 2009-2010? Ai sindacati dei lavoratori non importa nulla se ci spostiamo tutti di la dal confine? Al governo non importa nulla se le tasse vengono versate in altri stati? All’Inps troveremo ancora un po’ di pensione per chi lavora oggi? A volte mi pare di essere inserito in un incubo da dove non si riesce a svegliarsi. Chi lavora in Italia rispettando le assurde quanto vessatorie norme italiane oltre ad essere deriso dagli altri lavoratori in affitto si sente dimenticato e sull’orlo del suicidio. Di solito di difende prima la propria famiglia prima di dar diritti a chi è estraneo dalla parentela, in Italia no, prima gli altri e se resta qualcosa per ultimi si pensa per i propri figli. Non è proprio così che deve funzionare ma come rialzare la testa?

  4. Roberto b Scrive:

    Marcello hai proprio centrato il problema, è cosi in tutti i campi ma probabilmente il punto di rottura non è ancora arrivato e ho paura che la massa lo capirà quando sarà troppo tardi.

  5. Alessandra Scrive:

    Ormai abbiamo imparato come funziona l’Unione europea (o presunta tale). Un marasma di direttive che ogni Paese recepisce a modo suo, che ha votato senza valutare le conseguenze, dietro promesse di altri benefici e comunque sempre basate su compromessi. I Paesi baltici hanno tutta la forza necessaria per chiedere ciò che vogliono. Sono nell’Unione per il solo fatto che rappresentano la cosiddetta “cintura Nato” verso la Russia. E vista la situazione su quel fronte c’è da aspettarsi che la UE adotti decisioni benevole nei loro confronti. L’alternativa sarebbe quella di sganciare loro maggiori finanziamenti ma in questo momento la UE è un po’ a corto. Non abbiamo che i controlli, che pure la direttiva prevede. Potremmo iniziare ad applicarli strettamente sperando che le pattuglie, ora in cerca di clandestini, controllino pure la regolarità dei distacchi.

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